Under-Aged Writer: Diario di Zlata

Ho letto questo libro in un solo giorno, lunedì scorso. Ero appena tornata da Sarajevo e sentivo davvero il bisogno di sentire la voce di qualcuno che l'aveva vissuta dal di dentro.

Diario di Zlata di  Zlata Filipovic


Zlata ha undici anni e abita a Sarajevo con la mamma, il papà e gli amici. Ama leggere e scrivere, segue le classifiche musicali su MTV e adora Madonna e Michael Jackson. Qualunque ragazzina degli anni novanta si riconoscerebbe in lei, se non che all'improvviso la sua vita cambia.
Gli amici spariscono, la televisione non si accende più, si smette di andare a scuola e il pianoforte viene lasciato ad impolverarsi in un angolo, perché sedersi a suonare è troppo pericoloso: le finestre di quella stanza danno sulle colline e sarebbe un facile bersaglio per i cecchini che si nascondono sui pendii attorno alla città.
Al posto di Michael Jackson e Madonna ora la musica che Zlata può ascoltare è quella dei colpi di mortaio e delle mitragliatrici... ma non per questo smette di sognare di tornare a suonare. Non per questo dimentica le amiche partite, fuggite, perdute. Non per questo smette di gridare, con tutta la sua voce, di fare la pace.

Sarajevo merita del tutto il suo nome di "Gerusalemme d'Europa", consiglio a chiunque di andarla a visitare: è così piena di contrasti, di opposti che convivono, di differenze... è un posto veramente bello, colorato, profumato. Se alzi gli occhi dalla Bascarjia, la "città vecchia", vedi i tetti delle chiese, delle sinagoghe e delle moschee. Vedi l'enorme cimitero ebraico adagiato sul fianco di una collina, vedi il cielo turchese sopra i tetti degli edifici impallinati e sventrati, vedi il verde dei boschi alle spalle di futuristici palazzi in vetro e acciaio. Il tutto in una sola occhiata.

La Sarajevo che mi ha colpito dritta al cuore è stata però quella che raccontava l'assedio. Io ero troppo piccola per capire, ma quando avevo più o meno quattro anni dei bambini come me sono stati costretti a non mangiare, a dormire in cantina o a fuggire dalla loro casa... il motivo, proprio non l'ho capito, nemmeno vent'anni dopo. La gente di Sarajevo non ama parlarne, dai libri di storia non si capisce (come sempre, ognuno racconta la sua versione della verità) e perfino Zlata, nel suo diario, non riesce a spiegarlo.
La mia maestra di religione delle elementari era andata a Sarajevo e ci aveva riportato le immagini di quel posto. Ricordo ancora quando di notte mi svegliavo in preda al panico perché nella mia mente di bambina si mescolavano le immagini di palazzi sventrati e distrutti e le notizie della guerra in Kosovo.
L'idea di rivivere quell'angoscia mi aveva fatto decidere di non partire per questa vacanza giovani... ma poi il destino (o la Provvidenza) si è messo in mezzo e alla fine sono andata. I palazzi devastati c'erano, certo. E anche quelli a cui i buchi erano stati chiusi non era stata data un'altra mano di vernice e sembravano coperti di cicatrici. Eppure da quell'angoscia non sono voluta fuggire. E tornata a casa ho preso questo libro.

Zlata ha undici anni, quando Sarajevo viene assediata, e fino a quel momento ha raccontato la sua vita con l'innocenza e il candore di una bambina: i video di MTV, le chiacchiere con le amiche, le feste di compleanno e i pomeriggi sugli sci. Se leggete le prime trenta pagine del libro vi sembrerà di leggere il vostro diario di quando avevate undici anni, o quello delle vostre sorelle o cugine... è dopo che la cosa cambia, perché di punto in bianco Zlata inzia a raccontare di come lei e la sua famiglia cercano di sopravvivere in una città dimenticata dal mondo, senza luce né gas, senza niente da mangiare, senza acqua, senza la possibilità di uscire e nemmeno di avvicinarsi alle finestre perché i cecchini dalle colline sparano a vista.
Purtroppo il libro si interrompe durante l'assedio e Zlata non racconta della fine della guerra e del ritorno alla normalità: unico piccolo neo di questo diario semplice e intenso.
Non paragonatelo però al diario di Anna Frank: Zlata non vuole perché non vuole fare la stessa fine e io non penso siano simili: il diario di Anna non mi è piaciuto tanto quanto questo, perché è più lirico e aulico, più "alto", meno spontaneo, semplice e diretto.

La cosa che poi mi ha colpito profondamente di questo diario è che è la storia di una ragazza dei nostri giorni, dei miei giorni: Anna Frank non parlava di MTV e di Madonna e questo la trasportava in un passato non troppo remoto ma comunque troppo lontano per essere reale. Zlata invece racconta una vita che ho vissuto anche io... ed è agghiacciante pensare che quel dolore, quell'orrore, quella paura sia stata reale, sotto casa nostra e l'altro ieri. Davvero, trovo più spaventoso questo racconto che quello di qualunque reduce della seconda Guerra Mondiale. Forse perché mi illudevo che dopo quei racconti tragici di shoah e di morte gli uomini avrebbero imparato a non spararsi più, e invece... dopo neanche cinquant'anni, la cosa si ripete. Uguale a prima. Senza senso come prima.

Io non so cosa sia la guerra. Vedo le immagini in televisione e so che mio cugino gioca a questi videogame in cui si devono ammazzare i nemici... e pensavo che la guerra fosse così. Carri armati, spari e sangue. Morti e feriti per strada.
Certo, la guerra è anche questo... ma dal diario di Zlata si vede come la gente normale la vive. La gente normale la vive nella paura. Nel freddo e nel buio di quando mancano gas ed elettricità, nel silenzio opprimente delle cantine dove ci si rifugia per sfuggire ai colpi di mortaio.
La guerra non è rossa e rovente di sangue e di spari. È buia e fredda.
E fa paura. Ma non di quella paura dei videogiochi o dei film o delle scene in tv. La paura di non vedere tornare la tua mamma che è andata dai vicini, la paura di non potersi avvicinare alla finestra, la paura di non poter più tornare a studiare e di veder sfumare sogni e progetti perché si vive un giorno solo alla volta, senza sapere mai se si tornerà alla normalità.
Non credo di aver capito cosa sia la guerra... e mi auguro di non capirlo mai.
Ma vi assicuro che dopo aver letto questo libro sono veramente estremamente felice della mia vita qui, pur con tutte le rinunce che si devono fare, la casa minuscola e affacciata sui palazzi grigi della mia città. Forse dovremmo ricordarci più spesso di quanto una vita normale sia tutto, tranne che una cosa scontata.

Per finire questo post vorrei dire una sola, piccola cosa. Una cosa in cui credo profondamente e che dopo essere stata a Sarajevo penso sia ancora più vera.
Il mondo non viene cambiato dai leader politici, dai guru di una qualche religione o dall'economia. Il mondo viene cambiato dalle persone. Dai piccoli gesti cortesi che ognuno può fare ai suoi vicini.
Il mondo si cambia una persona alla volta.


La gente deve sconfiggere la guerra, perchè la guerra non ha niente a he vedere con l'umanità. La guerra è disumana.


Stelle: 4/5



Questa recensione partecipa alla Challenge "Reading Outside the Box" per la categoria #12 - under-aged writer: leggi il libro di qualcuno che non abbia ancora 21 anni

2 commenti:

  1. Ho apprezzato molto questa recensione è le tue riflessioni.
    Pur essendo molto realistici i libri non riusciamo a capire cosa vuol dire davvero la guerra (e grazie al Cielo!), ma di sicuro libri del genere ti fanno apprezzare di più la tua vita e sono una preziosa testimonianza.

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    1. Hai proprio ragione! E mi piace aver letto un libro che non parli della seconda guerra mondiale, che ormai è un tema un po' inflazionato! (;

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Grazie per il tuo commento! -- Lyra

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